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La provincia di Ragusa colpisce per le sue connotazioni di antichità e peculiarità dei luoghi. E si rimane stupiti che l’istituzione della Provincia risalga appena al 1926. In rea1tà, i dodici Comuni che ne costituiscono il territorio e che fino ad allora formavano il circondario di Modica ... [continua]

Ragusa / Modica / Vittoria / Comiso / Chiaramonte Gulfi / Santa Croce Camerina / Acate / Scicli / Monterosso Almo / Ispica / Pozzallo / Giarratana

LA PROVINCIA DI RAGUSA

La civiltà della cava

La provincia di Ragusa colpisce per le sue connotazioni di antichità e peculiarità dei luoghi. E si rimane stupiti che l’istituzione della Provincia risalga appena al 1926. In realtà, i dodici Comuni che ne costituiscono il territorio e che fino ad allora formavano il circondario di Modica in provincia di Siracusa appaiono tutti legati, con alterne vicende di scorpori e riannessioni, alla storia della prestigiosa contea di Modica dei Chiaramonte e dei Cabrera che dal XIV secolo fu Stato nello Stato per le ampie autonomie che godette. Fortissima fu in essa l’unità culturale per il dialetto unico in Sicilia e per la presenza di una piccola nobiltà e di una borghesia rurale diffusa di piccoli proprietari e fittavoli: questi ultimi trasformarono l’altopiano ibleo insediandovi aziende allevatrici cerealicole, le “masserie”, e disegnandolo con una fitta ragnatela di muretti a secco costruiti per consentire la rotazione agraria e il pascolo semibrado di una razza bovina particolarmente rustica e versatile: la “Modicana”.

L’idea del conte Cabrera

Fu un’idea felice quella del conte Cabrera, a metà del Quattrocento, di assegnare in enfiteusi ai sudditi le terre dell’altopiano affinchè la dissodassero, dietro il pagamento di un modico canone in frumento (censo), e cosi reperire le dodicimila saline di grano che aveva il privilegio di esportare in franchigia. Da qui l’esplosione demografica della contea, con Ia forte crescita urbana di Ragusa e Modica, la successiva colonizzazione della pianura di Bosco Piano e Ia fondazione di Vittoria da parte dell’ultima erede dei Cabrera, Vittoria Colonna. Di questo periodo di grande sviluppo ci restano testimonianze architettoniche tardogotiche, e in particolare splendidi portali a Scicli nel convento della Croce, a Modica nella chiesa di Santa Maria del Gesù, e a Ragusa nel portale del San Giorgio vecchio e un’intera navata della chiesa di Santa Maria delle Scale.

Le caratteristiche della provincia sono, quindi, determinate dalla contea e dall’altopiano ibleo, la “piana” come viene chiamato. Si tratta di un tavolato calcareo triangolare che ha il vertice a nord e la base a sud, in direzione del Mediterraneo, diviso a sua volta dal profondo solco del fiume Irminio, in piana di Modica e piana di Ragusa.

II terremoto del 1693

La dislocazione dell’innalzamento calcareo di oltre 500 metri divide nettamente l’altopiano dalla pianura di Comiso e di Vittoria, di cui fan parte anche territori di Acate e buona parte di quello di Chiaramonte. E cosi accanto il territorio della provincia può dividersi in tre zone: la piana di Vittoria, Ia zona collinare di cui fanno parte i comuni di Giarratana e Monterosso Almo e la zona ­ dell’altopiano che comprende i Comuni di Ragusa, S. Croce Camerina, Modica, Scicli, Ispica e Pozzallo. In quest’ultima, il tavolato calcareo appare uniformemente interessato dall’erosione valliva: le “cave”, che hanno dato luogo, fin dalla preistoria, a insediamenti rupestri la cui cultura è stata definita “civiltà della cava”. Ne furono iniziatori i Siculi che parecchi secoli prima della colonizzazione greca vi si arroccarono alla confluenza dei corsi d’acqua. Cava d’Ispica, con i suoi 15 km. di grotte, testimonia il persistere di tale civiltà fino al terremoto del 1693. I ruderi di questa singolare Pompei siciliana ci dicono come “civiltà della cava” e sistema feudale si fossero fusi lungo il Medioevo.

II terremoto del 1693 sconvolse dalle fondamenta questo mondo, ma mentre Ispica, una parte di Ragusa e Giarratana cercarono una migliore posizione rispetto al territorio e alle vie di comunicazione, Modica e gli altri centri della contea furono ricostruiti nell’antico sito. Ciò non produsse tanto una differenziazione di ordine urbanistico, ma si rileverà alla lunga determinante per le prospettive del futuro sviluppo.

Le acropoli barocche

Urbanisticamente, infatti, il territorio non produsse una nuova concezione dello spazio, ma permise, con la ricostruzione, di dispiegare in tutta la sua potenzialità la volontà di monumentalità e di rappresentatività che la visione barocca aveva cercato di affermare nel corso del Seicento contro i condizionamenti delle precedenti persistenze, creando spesso, secondo la felice intuizione di Vittorini, suggestive “acropoli barocche“ dominate ora non più dai vecchi castelli, ma dalla mole grandiosa delle nuove matrici. Così a Scicli, con la chiesa di San Matteo; cosi a Modica e a Ragusa, con le due chiese di S. Giorgio. Tutte e tre unite dal singolare destino di rappresentare l’ultimo canto del cigno della parte perdente nelle lotte tra fazioni, in parte religiose, in parte sociali e politiche, che divisero le tre città con conseguenze notevoli sulla ricostruzione. A Scicli, Ia ricostruita Matrice di San Matteo verrà addirittura abbandonata insieme agli insediamenti rupestri del colle, e il paese subirà un leggero scivolamento a valle seguendo la posizione della nuova matrice di Sant’Ignazio. A Modica le nuove direttrici di espansione che privilegiano il fondo valle saranno seguite dalla nuova nobiltà aggregata attorno alla rivale parrocchia di San Pietro. A Ragusa, infine, la più antica nobiltà dei Sangiorgiari, decidendo di ricostruire la città nell’antico sito, entrerà in contrasto violento con i “massari” Sangiovannari, i quali, guidati da capi sagaci, esponenti della nuova nobiltà sortita dalla borghesia degli enfiteuti, costruirià sulla vicina “spianata del Patro” la nuova città a pianta ortogonale attorno alla chiesa di San Giovanni Battista, opera, quest’ultima, di quegli stessi capi mastri Mario Spata e Rosario Boscarino autori del San Pietro di Modica. Ed è comprensibile che i più colti e raffinati Sangiorgiari ad essi contrapponessero Rosario Gagliardi, prestigioso architetto del Val di Noto, che progettò a Ragusa nel 1744 il suo capolavoro, soprattutto per l’armoniosa soluzione della facciata-torre di cui il San Giorgio di Modica rappresenta l’esito più scenografico.

Ma mentre con l’”attaccamento” alla cava, Modica si precluse la prospettiva di un migliore sviluppo, la scelta di una parte della popolazione di Ragusa, di fondare una nuova città, si rivelerà particolarmente felice, trovando un nuovo più produttivo rapporto col territorio, per Ia maggiore facilità di collegamento e una maggiore vicinanza alle risorse minerarie che verranno successivamente scoperte: l’asfalto nel 1849 e il petrolio nel 1953. Ragusa ha, quindi, vissuto l’esperienza di entrambe le scelte: quella di continuare i modi di vita della civiltà della cava e quella di correre l’avventura della conquista di nuovi rapporti col territorio della “piana”. Infine, negli ultimi decenni, tutta la zona costiera ha visto la formazione di una agricoltura specializzata di straordinaria importanza, quella dei primaticci in serre, di cui Vittoria è diventata il massimo centro di produzione nazionale.

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