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La provincia di Ragusa colpisce per le sue connotazioni di antichità e peculiarità dei luoghi. E si rimane stupiti che l’istituzione della Provincia risalga appena al 1926. In rea1tà, i dodici Comuni che ne costituiscono il territorio e che fino ad allora formavano il circondario di Modica ... [continua]

Ragusa / Modica / Vittoria / Comiso / Chiaramonte Gulfi / Santa Croce Camerina / Acate / Scicli / Monterosso Almo / Ispica / Pozzallo / Giarratana

I 12 COMUNI DELLA PROVINCIA DI RAGUSA

I 12 COMUNI

Ibla, visioni di una frontiera

di Matteo Collura

Vi è mai capitato di vedere Ibla dal basso, sporgendovi dalla statale che, serpigna, corre verso Modica? E avete mai visto Modica medesima da lontano? Se è no, non potete capire perchè, a volte, possa prendere cosi forte il desiderio di avere un fondale di sassi dinanzi agli occhi; pietra lavorata dai venti, disseccata; pietra polverosa, ammuffita finanche; pietra che vive e respira e canta come potrebbe farlo un fiume che senza briglie si avventa sul fondo di un precipizio...

Avete mai vissuto l’avventura di perdervi nel labirintico ventre d’Ibla notturna? Vi è mai capitato, in quel reticolo umido e decrepito, di essere investiti all’improvviso - fonda Ia notte - dall’accecante risplendere di un mascherone ghignante o di una escrescenza barocca? Se è no, non potete capire cosa sia passeggiare senza più idea di spazio e di tempo. La pietra, la vissuta e poi ripudiata pietra di questi luoghi, sa fare miracoli per chi sa guardare con gli occhi, ma anche col cuore e con la memoria. Quante mani hanno sfiorato questi davanzali? Quante mani hanno accarezzato questi spigoli che sembrano fatti apposta per agguati di sangue, ma anche d’amore? E quanti flagellanti in processione hanno percorso questi vicoli, gli occhi al cielo, ad implorare miracoli impossibili? Ecco come galoppa la fantasia tra questi muri vecchi. E come vi fa sentire leggeri e senza tempo. Se andate a Ibla, di notte, il rombo di un motore di tanto in tanto vi fare trasalire (“E che ci stanno a fare, qui, le automobili?’’, direte), e poi, svanendo, quel rumore, pian piano, vi farà apprezzare il silenzio, Ia sua profondità che sembra imbalsamare le orribili smorfie dei mostri di pietra aggrappati ai balconi.

I duecentoquarantadue gradini

Mi avventurai, una notte di luna, giù per i duecentoquarantadue gradini che da Santa Maria delle Scale si srotolano verso il basso, e andai a frugare in guazzabuglio di asfittici vicoli cui la luce lunare, come quella del sole, è vietata. Ogni tanto un colpo d’occhio da promessa, un’apparizione da Fata Morgana, un trompe-loeil da sipario teatrale alla fine, su tutto, l’immensa cupola di San Giorgio, anch’essa divenuta data sotto la luna, nonostante la congrua mole neoclassica. Avevo visto un giorno, Ragusa Ibla da un punto lontano della Cava di San Leonardo, ed era stato, quel giorno, come se avessi notato per la prima volta quell’ombrellone; voglio dire: come se mi fossi accorto tanto in quel momento di quella anomalia architettonica. Il Barocco può convivere con ruderi e case cadenti, può convivere persino con il lerciume: il Neoclassico, no: esso vuole ordine e pulizia, vuole strade dritte e piazze squadrate, e non tollera il fatiscente.

Tornando a quella notte rischiarata dalla luna, ricordo che feci un verso d’ululato, come di lupo, trovandomi prigioniero tra gli sterri e le occhiaie vuote delle neglette dimore di Mafarda... “Cu en...”, mi fecero poi certi amici, sbucando dall’ombra, e fui portato Su un bastione a vedere la città che, come nera nave, nave corsara, emergeva da un mare di mistero.

Non mi sento in Sicilia ma in un luogo inventato da Borges quando mi muovo in questa città che con la sua parte vecchia e quella nuova, nettamente separate, sembra essere un mostro a due teste: ognuna delle due rivolta verso qualcosa che con l’altra non ha nulla a che vedere. Si, perchè Ibla è il passato imbalsamato di quest’angolo di isola che i terremoti hanno martoriato e che a un certo punto della sua storia si è vestita di un Barocco eccessivo come gli umori della gente di Sicilia.

Aveva ragione Leonardo Sciascia: qui giunti, si avverte l’impressione di una frontiera.

I carrubi ragusani

E difatti, è una strana Sicilia questa che un tempo apparteneva alla contea di Modica: una Sicilia rischiarata da una luce che assomiglia a certi luoghi d’Africa o d’Oriente e che l’intricato svilupparsi dei candidi muretti a secco riesce a rendere ancora più abbagliante. E che straordinario senso pittorico esprimono quei carrubi, balsami d’ombra nelle campagne che il sole, d’estate, sembra addentare: fotograficamente reso, quel senso pittorico, da Enzo Sellerio, che forse è stato il primo a estrarre, con memorabili inquadrature, tutta la potenza scenografica dei carrubi ragusani, e da Giuseppe Leone che da queste contrade infaticabilmente e felicemente distilla immagini. E non a caso abbiamo parlato di senso pittorico: Piero Guccione, pittore che alla luce s’ispira e che anzi con mirabile tavolozza ripropone “situazioni di luce”, significativamente qui ha scelto di abitare. Ma si avverte, La “frontiera”, anche per l’umore della gente di questi luoghi, così diverso dai siciliani d’occidente. Hanno, i ragusani - mi sembra - più senso civico e modi più gentili; modi lontani dal sentire violento che - stiamo ovviamente generalizzando - esprimono città grandi come Palermo e Catania, o zone di campagna come quelle dove il feudo più a lungo è sopravvissuto.

Il comisano Gesualdo Bufalino sostiene che, per pienamente gustare questi luoghi, gli scenografici “ruscelli di scale”, le “piazze dal profilo avventuroso” (Ragusa, Modica, Comiso e poi, spingendosi in territorio siracusano, Noto e Palazzolo Acreide), occorre avere “particolare qualità d’animo”.

“Un teatro era il paese...”

Ma pazienza, se cosi non è si può prenderla in prestito dalle pagine che Bufalino nel suo musicale romanzo Argo li cieco dedica a Modica: “... Un teatro, era il paese, un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabilia. E come odorava di gelsomino sul far della sera (...) Quante campane c’erano a Modica, allora, per nozze, battesimi, compiete, angelus, ma soprattutto per funerali, quanto si mori­va a Modica, si sentiva ogni mezz’ ora senza che nessuno riuscisse a turbarsene, scoppiare come un tuono nell’aria l’argentino incoraggiante din don della morte (...). Erano più o meno cento le chiese di Modica e altrettanti i campanili, da San Pietro a San Giuseppe, al Gesù, cento chiese, ognuna col suo alito di devote impastato nella calce come s'attacca a una tuta l’odore di un sudore operaio. Chiese d’un bel barocco carnale, con tonde dritte colonne, le gambe sputate di Maria Venera; chiese con cupole, cupolette, che, se ai miei amici ricordavano forme di mostarda calda nelle crete di Caltagirone, in me sobillavano un’altra più commovente similitudine: i luminosi seni di lei, dietro il bottone del corpetto, allacciato solo a metà…’’

Si, un luogo, una città , specie se rupestre, possono istigare a fantasie erotiche (e, del resto, la neoclassica Milano non stimolava Stendhal in questo senso?). Io ricordo un agosto, neanche tanto lontano, in cui - il sole tramontava - sul corso di Modica mi lasciai stordire da un paio di granite di gelsi rossi. Confesso che sono di questi ricordi che mi aiutano a vivere.

Le dodici sorelle:


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